Filippo Bacciu - Vescovo di Ozieri

  

Di fronte alle cose del Cielo, stimava vanità e miserie quelle della terra, però apprezzava, nel giusto valore gli onori e i segni di alta stima e venerazione che il popolo gli dimostrava, a gloria di Gesù, durante le sue peregrinazioni.

Ovunque più che con la scienza acquisita, contestatasi di ridurre le folle con la forza della carità, predicando la misericordia di Dio e la pace, promessa agli uomini di buona volontà.

Le sacre visite aprivano al buon pastore, un terreno più fecondo al suo apostolico zelo e gli diedero occasione di attraversare tutta la diocesi come Gesù di Nazareth, facendo il bene e sanando i malati nello spirito.

In ogni parrocchia faceva alta sentire la sua parola di apostolo ed i fedeli non si stancavano di ascoltarlo.

 Nei suoi sermoni non lusingava le orecchie e non faceva uso di una parola sdolcinata: il suo porgere era piano, semplice, accessibile a tutti: scuoteva gli animi e destava tanto interesse da tenere avvinta l’attenzione dell’uditorio, suscitando in tutti sentimenti di commozione e di aspirazioni al bene.

Mons. Bacciu, aveva una predilezione speciale per i piccoli centri abitati e per i santuari dispersi tra il verde delle silenziose campagne.

Era entusiasta della solitudine dei monti e dei campi. Ad Ozieri, quando le incombenze pastorali glielo permettevano, era solito appartarsi nella sua modesta villetta situata a metà costa di un alto promontorio,

Anche nostro Signore pare amasse di « restare» in campagna.

 «Abiit estra civitatem ibique mansit». In una simile preferenza vediamo un insegnamento o per lo meno un suggerimento.

La campagna ha un suo dono spirituale, oltre che una maggiore ricchezza di elementi utili al corpo. La città è il trionfo dell’opera fastosa e piccina dell’uomo, mentre la campagna resterà in eterno l’opera così modesta e così grande di Dio.

Le voci disparate degli elementi: acqua, bestie, vento, ecc. non uccidono ma animano quel silenzio; il tumulto della città, nelle ore prime dopo la mezzanotte, si affievolisce, ma quel silenzio fa paura: palazzi sfarzosi ad umili tuguri, gremiti di viventi addormentati, sembrano tombe e gli alberi ornamentali d’alto fusto che adornano le vie, appaiono come cipressi cupi e mesti.

Il nostro Vescovo amava francescamente la solitudine e la sua anima, tra l’effluvio perenne emanante dalle bellezze della natura, sentiva il mistero della vita e nel mormorio dei rami degli alberi agitati dal vento udiva la voce di Dio che ripeteva: « memento mori».

In tutte le sue attività, Mons. Bacciu, portò lo spirito della cultura vastissima, della signorilità perfetta, della carità generosa e pronta. In una parola, la luce ed il conforto dell’amicizia cristiana. A tutte le parrocchie diede una fioritura di opere di luce e di amore,non solo per la parola predicata e scritta, ma per mezzo del governo paternamente vigile.

Nelle singole chiese parrocchiali, durante la visita faceva da celebrante nelle funzioni religiose, le confessioni, amministrava la Comunione e la Cresima indiva processioni al cimitero.

Agli uomini di campagna parlava del dovere che a tutti incombe di praticare la vita cristiana, di essere e mostrarsi sempre seguaci di Gesù Cristo e della sua chiesa, in privato e in pubblico, tra le mura domestiche e nello studio insidioso della vita: di non confondere mai il dovere col tornaconto, di tenere Dio al primo posto, sempre, avvenga che può.

Per i tribolati si faceva avvocato e giudice. Diventando arbitro naturale, in ogni cosa portava la pace, l’amore reciproco, il perdono, la generosità.

Transitando in un paese s’incontrò un giorno, in un montaliaro in disperazione. Ignoti ladri gli avevano rubato l’unico paio di buoi che possedeva e che rappresentavano tutte le sue ricchezze, tutte le sue risorse per allevare la famiglia. Ebbe compassione, lo soccorse, e così come San Francesco di Assisi «Madama carità» divenne lo sposo. Nelle sue elemosine aveva sempre un intendimento spirituale.

Per non umiliare il meno possibile i suoi beneficati usava grande segretezza nel soccorrerli.

Non ometteva la visita agli infermi, i quali rimanevano meravigliati come, con tante occupazioni che aveva, non lasciasse mai, o molto di rado, una simile visita. E tutti rallegrava e consolava con la sua presenza, con la benedizione e con la carità. Eppure tutti si rialzavano nel morale.

Memore del «sinite parvuli venire ad me» faceva sue le parole di Cristo.

Avvicinava i piccoli, andava loro incontro, li radunava, li carezzava con amore paterno, gli stradava nella via del bene, inculcava il rispetto e l’obbe­dienza ai genitori ed agli insegnanti, il distacco dalle cattive compagnie, Ia fuga del peccato e non trascurava anche di dettar regole d’igiene raccomandando soprattutto la scrupolosa pulizia della persona.

Queste animucce innocenti, simile ad uno stormo di uccelli gli correvano intorno cinguettando e gli si stringevano senza riguardi, festanti, con le pupille serene, il sorriso aperto nei visi ingialliti dalla malaria, o rosei di salute, promessa di maschilità ga­gliarda ed onesta.

Lo zelo, che, secondo un moderno scrittore, è la ridondanza della carità, gli fece ben comprendere quanto sono care a Dio tutte le anime, create a sua immagine e redente dal sangue del suo Figlio.

Governò la diocesi in modo da potersi dire di lui quanto scrisse l’Angelico Dottore: «Chi è animato dallo Spirito Santo, riesce eccellente nel dirigere se stesso e gli altri».

Anche nell’ultima visita pastorale, fatta quando era già in età avanzata, la sua predicazione, come lampada ardente vicina ad estinguersi, sembrava gettare più vividi lampi e produceva sulle anime l’effetto che una scintilla di fuoco, gettata sui covoni di biada.

Il  buon pastore, ebbe campo di conoscere tutte le sue pecore raccolte nel suo vasto ovile in modo che anch’egli poteva dire, come Gesù: « Io conosco le mie pecore ed esse conoscono me».[1]

[1] S. Giovanni Vangelo X.

                                             
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