da Mons. Giovanni Battista Demelas Poco
meno di mezz'ora d'auto corriera basta per arrivare da Buddusò
al ridente paese di Alà
dei Sardi, di oltre 2000 abitanti, che si eleva a 663 m. su di un piano granitico
leggermente
ondulato. L'aspetto del paese è assai caratteristico,
presentando in alcuni rioni, le vecchie, rozze casette di montagna, dalle
minuscole finestrelle dell'architettura rustica e dai tetti, un tempo,
coperti di cortecce di sughero. Alà
finalmente si è liberata dall'intollerabile copertura a padiglione che ne
deformava la sostanziale struttura; ed oggi, con il tetto compluviato,
tutta l'abitazione ha ripreso la sua luce e la sua aria d'intimità e
perduto quel gelido ed esotico carattere di oggetto da Museo custodito
entro un'ingabbiatura metallica. Ormai
le case sono costruzioni ben capaci,
arieggiate, pulite, e se non rappresentano l'ultimo funzionamento della
vita rustica in montagna, molto vi si avvicinano. In
questi ultimi decenni il paese si è molto sviluppato. Le costruzioni più
moderne sorgono lungo la via principale, alberata, ampia e civettina.
Il progresso edilizio
è sulla via di un continuo miglioramento. Secondo
lo Spano, il nome di Alà, deriva da «ala» che significa:
luogo posto in alto. Ala
è il comune della Venezia Tridentina
ove il 29 ottobre 1918 si presentarono gli inviati del Comando Austriaco a
chiedere l'armistizio. Ala di Stura è il nome di un paese, nei dintorni
di Torino, ameno posto di villeggiatura. Ala si chiama un fiume della Dancalia
nell'Africa Orientale. Ala è pure chiamato, il
migliore dei tredici nuraghi sparsi nel territorio di Pozzomaggiore.
Ala, in termine Militare, è l'estremità destra o sinistra di un corpo
d'esercito disposto in ordine di battaglia. Potrebbe quindi anche darsi
che ad Ala
vi fossero in un primo tempo delle soldatesche distaccate per la guardia e
difesa d'una piazza forte o d'un
presidio.
Di qui il nome primitivo di Ala al quale col succedersi
degli anni si aggiunse solo un accento. Gli
abitanti dei paesi limitrofi danno ad Alà il nome di Elà
e dagli abitanti quello di Elaesi.
Elà richiama
il nome di Elam,
figlio di Sem
padre degli Elamiti, soggiogati dagli Assiri nel VII
secolo a. C.
Ciò posto non sarebbe forse erroneo asserire che Ela sia stata fondata dai popoli della fede
mosaica
sparsi in tutto il mondo. Del resto anche i nomi dei paesi di Giave,
di Aggius,
di Sinnai ecc.
confermano la dimora
e il passaggio di popoli Ebrei in Sardegna. Quanto
al nome di Alà,
imposto al paese, ancora vive la leggenda popolare: Ad un vecchio ramingo
nella notte fonda, per la campagna tacita e tetra, si presentò
d'improvviso, « su mascazzu
» (fantasma) circonfuso da uno sprazzo di luce abbagliante e gli disse: Vedi, lontano, la luce di quel fuoco che arde e risplende ?
Ebbene, all' «
ala » destra di quella
fiammata costruirai
un paese che diverrà ricco e della massima importanza, e per la distesa
dei campi pioveranno
abbondantemente tre
manne. Il fantasma scomparve. Le
tre manne
richiamano alla mente quella del Vecchio Testamento che Dio faceva piovere
abbondantemente
agli Ebrei nel deserto d'Arabia, durante il loro lungo viaggio di ritorno
dall'Egitto. Il paese sorse come per incanto, gli fu imposto il nome di Alà
perché costruito all'ala destra del posto prescelto, poi, col tempo, lo
stesso nome venne distinto col segno dell'accento. Alà divenne ricca e
molto importante.
Sull'altipiano si raccolgono ancor
oggi le testimonianze della splendida civiltà protosarda. Su
tutto il vasto territorio alaese
continua anche oggi la benefica pioggia delle tre
manne; ghianda, miele e sughero. Nel vasto territorio di Ala
dei Sardi, ricco di flora, le api producono una gran quantità di miele
vergine, di spremitura e centrifugato, dolce o amaro. La rinomata
specialità sarda del miele amaro, cereo o ambrato, a seconda del pascolo,
era conosciuta anche dai Romani. Cicerone nutrì una grande antipatia per i Sardi,
adoperando, quando parlava della Sardegna, parole di fuoco: « Omnia quae Sardinia
fert, homines
et res, mala sunt etiam
mei, quod
in ea insula abundat, amarum
est» (Tutto ciò che la Sardegna produce, uomini e cose, è cattivo !
Perfino il miele, che abbonda in quell'isola,
è amaro). Ma
il celebre oratore, con tutta la sua intelligenza ignorava,
forse, che il miele prodotto in Sardegna, formato dal nettare dei fiori
di corbezzolo riportato dalle api nei bugni, pure nella sua amarezza,
racchiude in sé molte virtù: Si usa come
blando lassativo
e in farmacia, nella confezione dei « melliti
», pillole elettuari, ecc. e poi,
dopo averlo mangiato, lascia nel palato un sapore dolce molto grato che si
espande in tutto l'organismo, come il frutto della libertà faticosamente
acquistata ed eroicamente
conservata col sangue di generazioni. Cicerone,
pronto e tenace ai rancori, si scaglia contro le indomite tribù sarde
perché, sempre fiere della
propria libertà, mai e poi mai, si piegarono ai nemici della loro terra.
Perfino le legioni
romane, esperte
nel combattere, ben agguerrite e temprate nella guerra, dovettero
rabbiosamente mordere quelle terre bollate dai Romani con l'attributo di
barbare, da cui il nome di Barbagia. Dai
monti della Barbagia scendevano nella pianura, i Barbaricini,
a, torme come branchi
d'animali, a
sciami come le api dagli alveari in primavera, piombando di sorpresa nelle
guarnigioni romane, portandovi il terrore e la morte; equa ricompensa alle
amarezze della vita febbrilmente vissuta. Anche
la ghianda per il popolo alaese, è una
manna. L'achenio
semplice, secco, ovale, racchiuso alla base da una, copuletta legnosa,
contiene zucchero, amido, gomma, acido tannico. Torrefatta sviluppa un
principio amaro e si usa come succedaneo nel caffè.
E' alimento
gradito ai maiali e si usa anche in conceria. La
manna più redditizia piovuta dal cielo
in territorio di Alà, è il sughero, che vi abbonda in gran copia ed è
di ottima qualità. Si pone in commercio previa bollitura e si vende a
caro prezzo. E'
usato per turaccioli, rivestimenti, linoleum, come importante tessuto di
difesa cicatrizzante, impermeabile
ai liquidi e ai gas. Per
il popolo alaese,
industrioso e parco, questi prodotti provvidenziali: miele, ghianda
e sughero sono realmente manne piovute, con prodigalità dal cielo. Alà
dei Sardi è una cittadella di miraggi, in cui verità a legenda si
confondono. Essa si presenta in un quadro fondamentalmente unitario che si
rivela frutto di un'esperienza
umana millenaria di un passato le cui tracce concorrono a moltiplicare
l'interesse e l'attrattiva del luogo. Il
sistema alberghiero è ancora sul nascere. I progetti sono tanti; ma per
ora il movimento turistico trova alimento nell'ospitalità che è
inveterato retaggio dei primi popoli della Sardegna. Nell'abitato,
lungo le vie e dentro qualche casa, esistono alcuni pozzi più o meno
profondi, tra i quali, i più ben conservati, sono: quello di Mesu Idda (al
centro del paese) e quello di S'Oltu Mannu
(l'orto grande). L'acqua sorgiva, limpida, trasparente, è fresca d'estate
e tiepida d'inverno; disseta, però si beve con cautela. Presso la via
principale sorge la fonte pubblica per l'approvvigionamento idrico di
tutta la popolazione. Le popolane sostano e attendono il loro turno,
attorno ai chioccolanti getti d'acqua, intrecciando arguti dialoghi nella
dolce favella pura come l'acqua cristallina. Il sole,
dal lucido dei loro tradizionali recipienti di ginepro, fatti a doghe e
stretti da cerchietti di metallo, mandano guizzi dorati. Sfilano
a breve distanza l'uno dall'altro, il caseggiato scolastico, la caserma
dei carabinieri, l'ufficio
postale, la farmacia,
bar, caffè,
rivendite e si raggiunge la piazza ove si svolge tutta la vita cittadina,
tra il brusio gaio e vivace della gioventù, sotto il cielo vivido che ha un aspetto di sogno. Di fronte a questa visione, suggestiva ed incantevole, si presenta piena di sole, la nuova chiesa parrocchiale, vero gioiello di architettura. Questa nuova chiesa è sorta sui ruderi della vecchia parrocchia che ebbe una storia tormentosa.
Da
circa un secolo, il decrepito campanile, alto, isolato, leggero,
e pericolante, sembrava che guardasse con occhio stanco e cori accorata
mestizia, i
miseri avanzi
del sacro recinto, da 74 anni andato completamente in rovina, e
attendesse, impietrito dal dolore, la pietosa e vivificatrice
mano dell'artefice. La
fede del popolo e il coraggio delle autorità civili e religiose
non riuscirono a ricostruirla.
Progetti e controprogetti si seguirono per lunghi anni, rimanendo tutti
sulla carta per. mancanza di mezzi. Dopo una stasi così prolungata,
finalmente venne l'uomo della Provvidenza. A don Pigozzi
balenò l'idea di ricostruire la chiesa. Spinto da un fervoroso spirito di
fede, dall'amore che nutriva verso i suoi compaesani, chiamò a raccolta
le persone più importanti del suo
paese natio
e costituì un comitato. Si raccolsero generose
offerte, frutto di sacrifìci e di rinunzie,
e col ricavato si acquistarono ben 16 mille,
conci di pietra non scalpellata. Dell'opera iniziata con lieti auspici, si occupò, con non meno appassionato fervore, l'attuale parroco Don Giuseppe Maria Addis, nativo di Buddusò. Più d'una volta anch'egli, come i suoi predecessori si trovò di fronte a numerose difficoltà che a prima vista sembravano insormontabili. Prese il coraggio a due mani e « in nomine Domini », continuò il lavoro con la speranza di raggiungere la meta. Non si perdette d'animo Scrisse, tempestò, affrontò lunghi viaggi e memore, del detto del divino Maestro «cercate e vi sarà dato», bussò ripetutamente negli uffici di coloro che avevano voto in capitolo e finalmente tutte le difficoltà vennero appianate.
Il giovane Don Addis, attivo e dinamico, ebbe nel disegnatore e tecnico Don Filippo Camboni di Ozieri, l'interprete felice e sapiente del suo pensiero. Dopo alcuni anni di lavori costosi e difficili, condotti dall'Ing. Fausto Cadoni, con quell'attenta cura che chiedeva l'opera, la chiesa, finalmente, apparve in una festa di luci, di colori, di linee, di decorazioni, armoniosa e bella. Il lieto avvenimento portò fino al delirio l'entusiasmo dei fedeli.
La
facciata della chiesa, con le due nicchie contenenti
le statue degli apostoli Pietro e Paolo, il rosone
con chiusura di vetri, a triangolo acuto, tenuti dal telaio di
ferro, il campanile con le campane e i relativi quadranti dell'orologio a
squillo, appagano l'occhio e il gusto del visitatore. L'interno ampio, arieggiato, ben illuminato e raccolto, appare meraviglioso nella sua magnifica struttura architettonica. Ai due lati dell'ingresso stanno le due pile marmoree dell'acqua benedetta, le cui coppe, a forma di calice, poggiano su due alti piedistalli a sezioni coniche.
L'altare maggiore e la balaustrata, pure in marmo, sono imponenti per
armonia e sobrietà. Sul presbitero, « in cornu epistolae »,
si ammirano due sedili in legno, con, al centro della spalliera, un
mascherone eseguito a scalpello, opera del 600, ed un nuovo seggiolone a
braccioli, dello stesso stile, eseguito con grande maestria dal falegname Giov.
Maria Solinas
di Buddusò. Sulla
parete del coro, dietro l'altare maggiore, il grande ed artistico mosaico,
raffigurante la Madonna del SS. Rosario col Bambino,
ed ai Iati, San Domenico e Santa Caterina. Il mosaico è stato eseguito,
in smalto di vetro veneziano, dalla Ditta Giulio Antonio Costamane
a spese della pia e munificentissima signorina Gerolama
Corda, appartenente ad una delle più cospicue famiglie di Alà. La distrutta chiesa aveva per patrona la Madonna del Rosario. La statua, scolpita in legno, rimase nella nicchia pericolante, fin dopo il crollo di una buona parte dei tetto e la rovina di alcuni muri perimetrali.
Il
popolo, devoto e fedele, nel 1886, volle rimuovere la statua dalla nicchia
e portarla processionalmente
nella vicina chiesetta
di San Giovanni che fin
da allora, in attesa di migliori eventi, fu eretta a Chiesa parrocchiale.
La statua non volle cedere al pio desiderio dei suoi devoti; rimase ferma
come se fosse saldata e pesante come se fosse di bronzo massiccio. Ogni
tentativo fu inutile, ogni sforzo fu vano. Un vecchio venerando, certo
Angelo Porcheddu, Priore
della Confraternita del SS. Rosario, noto per la sua pietà e per la sua
viva fede, vedendo vani tanti tentativi, si fece ala in mezzo alla folla,
salì sull'altare, si prestò
sulla nuda mensa e a mani giunte,
supplicò: O buona Madre, vieni tra le mie braccia
! Vieni, te ne prego, ti porto alla Chiesa di S.
Giovanni e tutti insieme processionalmente
ti riporteremo qui appena ricostruita la Chiesa. A
tale promessa la statua divenne leggera e con giubilo, la folla plaudente
l'accompagnò alla provvisoria dimora ove rimase dal 1886 agli inizi del
1961. La statua venne trasportata alla Chiesa restaurata di fresco, in
forma solenne, tra le salmodie dei sacerdoti e i canti della folla
esultante. I
fedeli di oggi si prostrano riverenti davanti a quella statua della Madonna
del Rosario, su cui, più di una volta, i loro antenati, avevano fissato
lo sguardo supplichevole, implorando misericordia e perdono. Oggi
un grande occhio bianco, nell'alto della nuova torre campanaria, sembra
seguire tutti, ovunque,
e frugare implacabile da ogni lato, come un tremendo giudice inquirente.
Mesti rintocchi
scandiscono all'infinito la dura legge del tempo, tentando di far sapere
in quell'armonia, il senso delle cose stesse. Nell'Archivio
Parrocchiale esistono manoscritti redatti dai sacerdoti dell'antica
comunità religiosa. Uno di questi, del 1723, legato in pergamena, si
intitola: « Liber quartus describendi statum seu numerum animarum oppidi di Alà». In questo registro, oltre allo stato e al numero degli abitanti, sono
elencate le spese fatte e gli incassi percepiti a favore della parrocchia.
Tra i Vescovi che nel corso degli anni hanno messo il visto sul registro figura
il nome del piemontese Matteo Bartolini Vescovo
di Alghero
dal 1733 al 1741 e di Carlo Francesco Casanova, da Ventimiglia,
pur esso Vescovo di Alghero dal 1741 al 1751. Alle
rispettive firme col rituale segno di croce, è aggiunto il titolo di « Obispo
de Alguer»,
cioè Vescovo di Alghero
perché
Alghero era allora la diocesi alla quale apparteneva anche Alà dei Sardi.
Nell'alto
medioevo Alà
coi paesi di Bitti,
di Balamine, Buddusò, Onanì
ed Osidda,
appartenevano alla curatoria
di Lerron,
paese distrutto, situato alle
falde del
monte Lemo,
in territorio di Pattada. Le curatorie
venivano assegnate dai giudici ai magistrati che formavano l'aristocrazia
dello Stato, alle famiglie più cospicue e costituivano una prebenda. Alà
ospitò l'illustre piemontese, storico ed archeologo, illustratore della
Sardegna, il Conte Alberto La Marmerà,
durante il periodo delle sue faticose peregrinazioni. Ancora esiste
la casetta che ospitò il grande viaggiatore. Riporto
un episodio personale del La Marmora,
tolto del suo « Viaggio
in Sardegna»
« Nella primavera del 1823,
io passavo ad Alà
dei Sardi per chiedere dei cavalli
di ricambio. A questo scopo andai dal sindaco, presentandogli l'ordine del
Vice Re, di
cui ero munito, ma che egli non voleva riconoscere. Tra di noi si accese
una disputa che terminò con una singolare minaccia che da sola valeva una
gita in quel paese. Il buon sindaco non volendo riconoscere l'autorità
del Vice Re,
a un certo punto esclamò: « Ebbene, Signore, io reclamerò a Madrid ! ».
Egli credeva di essere ancora sotto il giogo degli spagnoli, ch'erano
stati scacciati fin
dal 1720, cioè 103 anni prima ». Non
è da stupirsi della risposta del primo cittadino di Alà, perché
fino a
questo secolo, nell'interno della Sardegna, imperava, un direi quasi,
totale isolamento per difetto di strade e di comunicazioni. Nel
1925, di ritorno dalla città di Nuoro,
passò a Buddusò,
in auto. Sua
Maestà il Re
Vittorio Emanuele III. L'autista fermò la macchina quasi di botto, accanto ad un signore
forestiero che passeggiava solo soletto e meditabondo, sulla strada
principale, allo estremità del paese, e facendo capolino dal primo
sportello laterale destro, gli disse, a bruciapelo e con bei
garbo: Tra
i viaggiatori, questa parola, suscitò inquietudine e cruccio; si credette
che si trattasse d'uno dei soliti rituali gridi di rivolta. Però voleva
indicare che la strada da seguire era quella che proseguiva in declivio.
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